"Sì caro Enrico, lo studio ti è duro, come ti dice tua madre; non ti vedo ancora andare alla scuola con quell’animo risoluto e con quel viso ridente, ch’io vorrei. Tu hai ancora il restìo. Ma senti: pensa un po’ che misera, spregevole cosa sarebbe la tua giornata se tu non andassi a scuola!"
    E. De Amicis, " Cuore", a cura di Luciano Tamburini, Einaudi editore, Torino, 1972, pagg. 27-28

Ai primi dell’800 in Italia era ancora molto diffuso il fenomeno dell’analfabetismo, ma incominciavano a essere create le prime scuole popolari; esse successivamente presero il nome di "scuole elementari", in quanto  si riteneva che gli "elementi" insegnati in quel grado di istruzione fossero la base di altre nozioni più elevate: infatti, dicendo "scuola primaria", si pensava che poi lo studio proseguisse in quella secondaria.

In quegli anni si occuparono dell’educazione diverse figure importanti, tra le quali spiccano Ferrante Aporti, Giulia Di Barolo e S. Giovanni Bosco.

Ferrante Aporti fondò a Cremona nel 1829 una Scuola infantile in cui si proponeva solo di usare le sale di custodia dei piccoli allo scopo di impartire una precoce educazione civile e religiosa, più un semplice avviamento alla decifrazione grafica  e al conteggio.

Giulia Di Barolo si impegnò per promuovere la dignità e i diritti della donna: nel 1818 stese un programma di educazione basato sull’istruzione, sull’educazione al lavoro retribuito e sulla preghiera, a cui seguirono varie iniziative sociali: nel 1821 nel quartiere Borgo Dora di Torino aprì la prima scuola elementare per ragazze povere; nel 1823 istituì un rifugio che ospitava detenute e ragazze a rischio di devianza; nel 1825 aprì una sala d’asilo (nel palazzo in cui abitava col marito); nel 1843 fondò le Maddalenine, ospitate ed educate dalle Suore di Santa Maddalena; nel 1845 l’Ospedaletto Santa Filomena per bambini disabili, ed altre come il laboratorio di S. Giuseppe, una casa famiglia "famiglie operaie", una casa d’accoglienza per orfane chiamate "Giuliette", ecc.

S. Giovanni Bosco fu il fondatore degli Istituti Salesiani. Egli sosteneva che l’uomo fosse nato per lavorare e che grazie ad esso avrebbe potuto essere benemerito della società e della religione. Don Bosco fondò il primo oratorio salesiano che raccoglieva ragazzi poveri e abbandonati, ai quali dava un minimo di istruzione e avviamento al lavoro. Inoltre egli fu uno dei santi sociali che operarono con istituzioni a carattere pedagogico ed educativo d’impronta cattolica, per dare assistenza materiale e morale e l’istruzione elementare alla gente di campagna.

Il contesto era poi caratterizzato anche da società laiche basate sul modello di quelle operaie e di mutuo soccorso. In esse tra i primi articoli degli statuti di fondazione vi era la domanda di istruzione, per cui, nella maggior parte dei casi, furono avviate iniziative nel campo dell’educazione popolare quali: la formazione di biblioteche e l’istituzione di corsi di scuola elementare e professionale serali e festivi.

L’articolo 9 in particolare, prevedeva due scuole (leggi classi) per i Comuni con più di 70 alunni frequentanti per tutto l’anno: nella prima si sarebbe insegnato lettura, scrittura e catechismo; nella seconda "i principi della lingua italiana, dell’aritmetica e della dottrina cristiana".

L’istruzione parve un fattore decisivo perché si prendesse coscienza dell’insostenibilità di quelle forme di vita e della necessità di organizzarsi, di stringere solidarietà ed elaborare insieme programmi di rivendicazione.

Edmondo De Amicis rappresenta una testimonianza molto utile dello sviluppo della "questione sociale" in educazione verso la fine dell’800 italiano; infatti, il libro "Cuore" costituisce una rappresentazione delle prime scolaresche torinesi che frequentavano la scuola elementare obbligatoria secondo la disciplina della legge Coppino, e descrive ambienti in quei tempi consueti ai ragazzi.

Egli scrisse inoltre "Il romanzo di un maestro": esso dipingeva, invece, la situazione di un insegnante che operava in piccoli paesi, in condizioni difficili sotto ogni aspetto. I maestri a quell’epoca non avevano, infatti, né tutela giuridica né economica; fino al 1889 gli stipendi non partivano nemmeno da un minimo garantito e i licenziamenti erano ad assoluto arbitrio delle amministrazioni municipali. Il De Amicis fu quindi uno dei primi a dare rilievo a Torino ai nuovi ruoli spettanti ai maestri e a sottolineare l’importanza dell’insegnamento per tutti.

Alla fine dell’Ottocento a Torino erano presenti quindi molte scuole, ognuna delle quali era specializzata in determinate funzioni educative; le principali erano:

  • Istituto delle Figlie dei Militari,Via Roma, 28
  • Collegio degli Artigianelli, Via Palermo, 14
  • Istituto per sordo-muti, Via Assarotti, 12
  • Scuola Boncompagni, Corso Regina Margherita, 17
  • Scuola Bay, Via Principe Tommaso, 25
  • Scuola D’Azeglio, Via Biamonti, 1
  • Scuola Aporti, Corso Valdocco, 15
  • Scuola Cavour,Corso Oporto, 11
  • Scuola Bonacossa, Corso Nizza, 20
  • Scuola Santa Maria, Via Pio V, 11
  • Scuola Principe Tommaso, Via San Secondo, 34
  • Istituto per ciechi, Via Nizza, 151.

Istituto Figlie dei Militari - Nel 1888 sorse l’Istituto Nazionale delle Figlie dei Militari su iniziativa della Marchesa Luisa del Carretto, che ne sollecitò la fondazione da parte del Re Vittorio Emanuele II. L’istituto delle Figlie dei Militari faceva parte di un universo variegato di enti con finalità morali che fiorivano nella Torino dell’800.

Questi luoghi di beneficienza erano frutto di una politica di conservazione tesa a mantenere l’ordine pubblico e a rallentare una politica di riforme.

Inizialmente era la Villa della Regina, che negli anni fu soggetta ad una ridefinizione degli spazi: per esempio, fu creato un giardino per opera di numerosi architetti. Il palazzo fu poi trasformato per ospitare i dormitori, le cucine e i servizi del collegio delle allieve dell’Istituto Nazionale per le Figlie dei Militari, che un secolo dopo si insediò a Villa della Regina.

Gravemente danneggiato dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, fu successivamente abbattuto. L’insediamento dell’Istituto, avvenuto nel 1868, determinò radicali mutamenti nell’allestimento interno delle architetture del compendio e nell’utilizzo dei giardini.

Nella Villa furono ricavate le aule scolastiche, con annessi locali di servizio, e gli alloggi della Direttrice e di parte del corpo docenti, mentre nell’adiacente palazzo furono predisposti gli ambienti per il collegio, che fin dal 1888 aveva trovato sede nel grande edificio realizzato nell’isolato tra Corso Quintino Sella, via Figlie dei Militari, via Moncalvo e corso Giuseppe Gabetti. L’Istituto fu proprietà della Villa per oltre un secolo.

Nel 1975 esso venne soppresso; a seguito dei furti subiti, l’edificio fu murato e la custodia venne assegnata alla Provincia di Torino.

Collegio Artigianelli - Il Collegio degli Artigianelli  era destinato all’educazione dei giovani poveri, fu fondato a Torino nel 1849 da Don Giovanni Cocchi. Inizialmente non aveva una sede fissa; soltanto nel marzo 1863 venne trasferito definitivamente in Corso Palestro 14.

Questo trasferimento fu necessario per disporre di locali più ampi e laboratori più attrezzati per esercitare i ragazzi nel mestiere di fabbro, falegname, tipografo e molti altri. All’inizio i ragazzi andavano ad apprendere un mestiere nelle botteghe artigiane della città (calzolai, fabbri, falegnami), poi furono allestiti i primi laboratori interni che poterono espandersi e migliorare quando il collegio ebbe a disposizione la nuova sede di corso Palestro. Il nome "Artigianelli", voluto da Don Cocchi, alludeva appunto alla formazione professionale che l’istituto assicurava ai suoi allievi.

Questo collegio aveva il compito di educare, assistere e formare i ragazzi poveri ed abbandonati. Inizialmente il Collegio ospitava 152 ragazzi; poi essi aumentarono, fino a raggiungere i 200. Il Collegio era organizzato in quattro classi elementari e un corso complementare. Si poteva accedere ai laboratori solo all’età di 12 anni e ne seguiva un tirocinio fino ai 19 anni. L’obiettivo del Rettore era quello di perfezionare la formazione intellettuale e tecnica nelle scuole e nei laboratori.

Nel 1873 San Leonardo Murialdo fondò nel collegio degli Artigianelli la Congregazione di San Murialdo; egli si dedicò al collegio fino al 1900, anno della sua morte.

Oggi il Collegio degli Artigianelli rappresenta una risorsa educativa di sostegno a varie situazioni di difficoltà sociale e familiare, nonché un punto di riferimento per la formazione professionale e l’insegnamento nel mondo del lavoro.

L’Istituto per rachitici - La prima scuola gratuita per rachitici di Torino fu fondata il 5 maggio del 1872 su iniziativa del Conte Ernesto Ricardi di Netro e dei medici Gamba e Pistono e aveva sede in Piazza d’Armi. Essa fu costruita anche grazie ai finanziamenti del municipio, dell’Opera Pia San Paolo e di privati benefattori.

Questo istituto aveva il compito di raccogliere bambini rachitici deformi poveri, di entrambi i sessi, per dare loro un’istruzione elementare e per combattere la malattia attraverso cibo sano e cure mediche. Questa scuola divenne presto un modello per la costruzione di altri istituti di questo tipo in altre città d’Italia, per esempio a Genova, Milano, Brescia, Mantova.

La scuola ottenne subito molto successo, tanto che la prima sede divenne insufficiente e si dovettero creare altre sezioni. Nel 1881 erano tre: la sezione Dora in via Giulio 15, la sezione Monviso in via Assietta 47 e la sezione di Vanchiglia in via Parole 22.

 Complessivamente dal 1° maggio 1872 al dicembre 1886, poterono essere accolti 2186 bambini, di cui 1050 maschi e 1436 femmine; di questi 2186 bambini 1450 guarirono o migliorarono, tanto da poter essere inseriti nel mondo del lavoro o proseguire gli studi nelle scuole municipali.

In seguito a progressi ottenuti in campo scientifico negli studi dell’ortopedia, nel 1855 la direzione dell’istituto propose al consiglio di Amministrazione la creazione di un moderno Istituto dotato, oltre che delle scuole o delle palestre, di un reparto per il ricovero, per la cura e per l’intervento chirurgico, nei casi in cui fosse ritenuto necessario. L’8 giugno il municipio approvò la costruzione dell’istituto. I lavori iniziarono il 9 giugno 1885, e due anni dopo, precisamente l’11 giugno 1887, poté essere inaugurato, alla presenza del Duca Amedeo di Savoia, "l’Istituto per Rachitici".   

L’edificio era situato in corso Firenze 43 (attuale Lungo Dora Firenze) ed era composto da tre corpi collegati fra di loro da passaggi coperti che comunicavano in un ampio giardino interno. I tre corpi erano formati dalla palazzina dell’infermeria, che comprendeva la sala operatoria, l’ambulatorio per le visite e quattro camere di degenza per un totale di 28 posti letto; dall’edificio delle scuole, che comprendeva anche un vasto salone per la ginnastica; dal padiglione per la ricreazione.

I bambini non ricoverati rimanevano in istituto dalla mattina alla sera; quelli che abitavano nelle zone più lontane della città venivano trasportati a scuola e poi riaccompagnati a casa. Secondo le statistiche, dal 1887 al 1910 furono ricoverati e trattati chirurgicamente nell’istituto 1745 bambini dai 3 ai 7 anni affetti da deformità rachitiche, traumi, tubercolosi, scoliosi ecc.

Istituto per sordo-muti - L’istituto si trovava a Torino in via Assarotti 12. Esso era stato fondato ad Acqui per iniziativa di Francesco Bracco il quale nel 1929 aprì una scuola per sordomute con l’autorizzazione del ministro dell’interno e una sovvenzione della corte. In questo istituto si insegnava attraverso il "metodo orale" e l’insegnamento consisteva nel fare apprendere la lettura labiale e l’articolazione della parola, collegandola direttamente alle cose, ai bisogni e ai fatti presenti mostrando il significato.

Carlo Alberto approvò successivamente il progetto di regolamento, il 23 gennaio 1830 l’istituto fu costituto formalmente allo scopo di formare istitutori delle sordomute e per giovare ad un tempo all’educazione di questi infelici con il nome di " Regia Scuola normale per sordomuti". Nel 1858 fu firmato il decreto col solo onere di mantenere gratuitamente 4 allievi; nel 1866 fu approvato un nuovo regolamento e il nome veniva mutato in "Regio Istituto dei Sordo-Muti".

Il personale era diviso in interno ed esterno e comprendeva il rettore, gli impiegati amministrativi, tre maestri, un maestro di disegno, 4 maestri assistenti, 2 maestre esterne e 3 interne, una maestra di lavori domestici, un maestro di ginnastica e un medico chirurgo. Le classi comprendevano due anni di insegnamento, con nove o dieci allievi per classe.

Ferrante Aporti (Corso Valdocco 15) - L’asilo era presieduto da un direttore e una direttrice con l’ausilio di due sottomaestre e due coadiutrici. Tale istituto prende il nome da Ferrante Aporti, una delle figure più importanti della storia della scuola dell’Ottocento. Egli rivolse l’attenzione ai bambini delle famiglie meno abbienti, infatti, Aporti creò inizialmente a Cremona il primo vero e proprio istituto educativo per l’infanzia (che precedette di un decennio il Giardino d’infanzia froebeliano). Egli si rese conto che i bambini del popolo che accedevano alle scuole elementari erano assolutamente impreparati per poter approfittare dell’istruzione che veniva impartita, fu così che concepì la Scuola infantile di carità.

Il primo asilo fu instituito nel 1828, era a pagamento. Subito dopo Aporti aprì una sottoscrizione per istituire un asilo d’infanzia gratuito che sottraesse i fanciulli poveri dai tre ai sette anni all’ignoranza. L’asilo aportiano si distingue da analoghe istituzioni straniere per l’interesse pedagogico. L’istituto doveva essere un luogo in cui si curava armonicamente l’educazione fisica, intellettuale, morale e religiosa. La permanenza dei bambini all’asilo durava dalle 8 del mattino alle 5 pomeridiane.

Sorse era una polemica tra aportiani e froebeliani su quale dei due fosse il metodo migliore: i froebeliani rimproveravano all’Aporti la mancanza di un sistema filosofico di base e di non avere ben studiato la psicologia del bambino; gli aportiani rimproveravano a Froebel l’artificiosità e l’astrazione del suo metodo e l’ispirazione matematica dei doni.    

Istituto per Ciechi (Via Nizza, 151) - Accolse ed educò i giovani ciechi di entrambi i sessi, provvedendo al ricovero e all’opportuno lavoro dei suoi allievi e delle sue allieve, che, divenuti adulti, si fossero mostrati meritevoli di tale favore.

Tanto nella sezione maschile, quanto nella femminile, l’istruzione elementare veniva impartita secondo i programmi governativi delle 5 classi elementari, ma volendone adattare lo svolgimento alla condizione del cieco, diverso ne era il metodo, il quale, per il leggere e lo scrivere, prese nome da Luigi Braille che ne fu l’inventore.

La scrittura Braille è un sistema per non vedenti strutturato in combinazioni di punti in rilievo i quali sono riconoscibili al tatto; questo sistema fu concepito a partire dal 1829: ogni carattere viene rappresentato da un massimo di sei punti, disposti variamente all’interno di una casella larga due punti e alta tre. I caratteri vengono impressi a secco dal retro del foglio e vengono letti dal diritto, da sinistra a destra.

I non vedenti possono scrivere in Braille con uno stilo su una lavagna o per mezzo di un’apposita macchina per scrivere Braille.